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Sanremo 2019: le pagelle ironiche della seconda serata

Sanremo 2019

Arisa: Mi sento bene

voto: 6/7

Nella seconda serata Arisa risulta un po’ meno incisiva e sorprendente rispetto alla sera precedente, forse perché oramai si era consapevoli che il pezzo non sarebbe stato una lagna ed è sembrato volerci troppo per arrivare al ritornello.

Daniele Silvestri e Rancore: Argento vivo

voto: 8/9

Sentendo Daniele Silvestri e Rancore cantare insieme ci si domanda perché non diano vita ad una collaborazione a lungo termine, subito. La performance è strutturata in modo che Rancore possa passare tre quarti del tempo a dormire  seduto ad un banco di scuola e questo è geniale, soprattutto per Rancore. Silvestri ci tiene ad enfatizzare le parole : ” là fuori” facendo una pausa di almeno tre battute  tra l’una e l’altra. La critica mossa alla società e al sistema scolastico è feroce (ed efficace) ed infatti ha punto nel vivo l’animo di molte persone.

Negrita: I ragazzi stanno bene

voto: 5/6

La canzone assomiglia a tutte quelle dei Negrita dell’ultimo quinquennio, vale a dire a tutte quelle composte da quando sono cresciuti e diventati consapevoli di cosa sia la vita che oh, è sempre bella anche se capirlo quando si è giovani è dura. Loro ora son invecchiati però la vedono sempre in modo molto chill, anche se questi son tempi duri per tutti e il clima mondiale fa schifo. Soprattutto per i giovani che però ce la faranno, perché alla fine è bello vivere.  Insomma, colpiscono di più le movenze di Pau che le sue parole.

Federica Carta e Shade: Senza farlo apposta

voto: 1

La canzone e i suoi interpreti rappresentano tutto ciò che mi fa cagare nella musica pop italiana contemporanea: melodia semplice, testo banale con rime altrettanto banali ( come: apposta/ risposta   volta/ colpa   luna/ luna, …), ritornello orecchiabile formato da due frasi ripetute almeno venti volte in un minuto, cantante rap mediocre che s’accompagna di una voce femminile altrettanto mediocre -con tendenza ad urlare troppo durante il ritornello, ed, infin, onomatopee inutili inserite a mò di riempitivo ( es: ah ah ah). Come se non bastasse i due cantano pure abbastanza male e nonostante non sia la prima collaborazione l’alchimia pare inesistente.

Paola Turci: L’ultimo ostacolo

Voto:  5

La canzone potrebbe forse essere gradevole, peccato che la Turci non abbia azzeccato un acuto che fosse uno. La canzone dovrebbe parlare di una figlia che ormai c’ha una certa e vede suo padre invecchiare insieme a lei. Con un po’ di fantasia e bontà ci si può arrivare, di primo acchito si direbbe una canzone sul forte traffico nei giorni di pioggia.

Loredana Bertè: Cosa ti aspetti da me

voto: 6/ 7

Loredana Berté, come la strega della Sirenetta, deve aver rubato l’intonazione a Paola Turci. Erano anni che Lory non appariva così in forma che le si perdona volentieri la canzone bruttina. In tre minuti fa capire cosa significhi essere carismatici e perché per “mangiarsi il palco” non è necessario dimenarcisi sopra come ossessi, ma, anzi, si può essere anche più intensi restando fermi. Inoltre l’idea di farsi da promotrice del riciclaggio al Festival ed indossare un abito ricavato da materiali di fortuna è sicuramente apprezzabile.

Ghemon: Rose Viola

Voto: 5

Ghemon si presenta sul palco con il medesimo cappotto dell’ispettore Gadget. E sempre come l’amato ispettore che ne ha perfino nel cappello dal quale farà emergere un ombrello, Ghemon tira fuori dal cappello delle doti vocali che aveva fino ad ora tenuto nascoste. Il brano non è niente di speciale, ma ha un ritmo più originale ed interessante rispetto alla maggior parte delle altre canzoni in gara.

Ex Otago:  Solo una canzone

voto: 4/5

Gli Ex Otago dovrebbero piacerci perché son stati considerati da una rock band internazionale e perché in giro c’è un sacco di pattume per cui loro risultan spanne sopra. Il brano in gara però è pateticamente adatto a Sanremo e loro l’hanno eseguito abbastanza male.

Il volo: Musica che resta

voto: 2

Purtroppo questi tre sono davvero intonati e ciò impedisce di dar loro il punteggio minimo. La melodia non solo è simile a quella di: ” Grande amore” ma è proprio identica. La canzone parla di una maledizione lanciata sul pianeta terra per cui noi non ci dimenticheremo mai di loro che “son musica vera che resta”.

Nek: Mi farò trovare pronto

voto: 2

Non si sa come mai Nek in 25 anni di carriera non sia riuscito ad evolvere dai tempi di: Laura non c’è, ma nemmeno un pochettino. Non si sa nemmeno a cosa sia pronto Nek  ( e certo non si capisce dal testo siccome afferma di essere pronto a non esser pronto), certo non a fare una bella canzone.

Einar: Parole nuove

voto : 3

Il problema del brano di Einar è che assomiglia a milioni di altre canzoni già esistenti, le radio la passeranno volentieri perché è semplice ed orecchiabile (e poi c’è quel pezzo che fa tululututu che la rende più moderna rispetto al milione di canzoni uguali a questa).  Lui però è talmente convinto d’aver fatto un buon lavoro che vien quasi difficile stroncarlo. Almeno siam consapevoli che non canti merdate spinto dalla voglia di far soldi facili. Lui crede veramente che le sue canzoni siano valide.

Achille Lauro: Rolls Royce

voto: non classificabile

La canzone di Achille Lauro non può esser giudicata seriamente. È come se in gara ci fosse Bello Figo con Pasta col Tonno di fronte al quale qualsiasi sistema di valutazione perderebbe senso. Achille Lauro, infatti, cerca di porsi nel mezzo tra un Vasco Rossi e un Bello Figo. Di fatto il testo non ha senso, ma non credo sia stato concepito per averne: è un susseguirsi di parole e suoni onomatopeici assemblati a caso. La canzone lascia perplessi, ma nel contempo è impossibile levarsela dalla testa, sintomo che la manovra commerciale è perfettamente riuscita.

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Categories: Canzoni, Ironico, Sanremo, Televisione, Trash

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